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| Photo by Анна Нэсси, fonte originale. |
Anche allora il "maestro", parallelamente al caso Ronaldo, non la prese affatto bene e si rifiutò di sedersi in panchina e di dare la mano al compagno subentrante, rifugiandosi direttamente negli spogliatoi; Conte fu durissimo, parlando apertamente di errore e di mancanza di rispetto del talento bresciano, assicurando che fatti del genere non si sarebbero più potuti verificare, e la linea dura sembrò funzionare.
Venendo ai giorni nostri, CR7 si vede addebitare anche l'aggravante, così ci informa la stampa, di aver abbandonato lo stadio ancor prima del fischio finale, mettendosi automaticamente in una posizione di disinteresse nei confronti del gruppo e di superiorità verso lo stesso: è un po' come si avesse voluto dichiarare al mondo che lui, Cristiano Ronaldo, conta da solo più della società per la quale difende i colori.
In questi giorni incendiari e pompieri di professione si stanno prodigando per gettare rispettivamente benzina o acqua sul fuoco della polemica, con entrambe le fazioni probabilmente spinte da interessi che vanno al di là della vicenda, impegnate a ricercare fantasiose verità alternative come la richiesta spontanea del calciatore di una sostituzione, o improbabili rischi squalifica per essersi sottratto alle procedure anti-doping.
A me è sempre piaciuto dire la mia raccontando la verità, o almeno la versione che penso possa essere più aderente ad essa, senza farmi condizionare da loghi o bandiere, anche quando questa non mi piace e farei di tutto per cambiarla: Ronaldo ha sbagliato, senza se e senza ma. Il suo gesto è stato grave ed irrispettoso nei confronti dell'allenatore, dei tifosi, dei compagni e della società.
Il post del giorno dopo rilasciato su Instagram, composto da poche parole di circostanza, è da leggersi più come una doverosa presa di posizione ammorbidita, che come una sorta di pentimento o un tentativo di riavvicinamento.
Lo strappo si potrà ricucire, ma il campione portoghese deve essere disposto, a mio modo di vedere, a fare un passo indietro e a chiedere scusa, ai compagni in primis e pubblicamente a tutto l'ambiente bianconero in secondo luogo.
In altre parole a comprendere che, nonostante quanto abbia vinto in carriera, le squadre prestigiose per le quali ha giocato, i riconoscimenti individuali, la Juve è un meraviglioso mondo a parte, nel quale nessuno, nemmeno Platini o Del Piero, è mai stato e mai sarà più importante della maglia.
Immaginate del resto il numero sette bianconero che, alla ripresa degli allenamenti si presenti come se niente fosse, magari continuando ad inanellare prestazioni scialbe in campionato e in Champions League: quanto tempo impiegherebbe il pubblico juventino, sebbene ad oggi ancora pazzo d'amore verso il suo fuoriclasse, a stancarsi di certi atteggiamenti, confidando nel fatto che mister Sarri non si farebbe scrupoli a sostituirlo di nuovo?
Caro Cristiano, sei il giocatore più importante del mondo ed averti con noi rappresenta un fatto che ancora oggi inebria le nostre menti di felicità, ma c'è una sola partita che non puoi vincere, quella contro l'amore di tutti gli juventini del mondo verso i propri colori.
I giocatori passano, la Juve resta, per noi e per le generazioni future per le quali magari sarai soltanto un bella favola della buonanotte o un nome accanto a delle statistiche.
Dammi retta, non provarci più, è una sfida troppo grande anche per te.

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